La lunga storia della "Lira"

Banconota

La lira e’ il simbolo monetale che ha attraversato le vicende e la storia dell’Occidente, dall’Antica Roma, attraverso il Medioevo e il Rinascimento, fino ai nostri giorni quando, insieme alle altre monete europee, ha contribuito alla nascita dell’Euro, la moneta unica della Comunita’ Europea. Proviamo ora a ripercorrere questa storia complessa e affascinante attraverso il corso dei secoli.

La storia della lira inizia nell’Antica Roma, tra il 218 e il 211 a.C., quando venne coniato il primo denario, la moneta d’argento che divenne l’unità monetaria delle Repubblica, e poi, dell’Impero Romano.
Con l’avvento del denario, o più semplicemente in italiano denaro, inizialmente costituto da 4,55 grammi d’argento, la libra diventò l’unita’ di riferimento per il peso legale delle specie monetarie, determinato in 327 grammi, con cui si potevano coniare 72 denari.
In Europa, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C., si verificò una proliferazione di emissione di monete con valori e caratteristiche differenti, che venne superata solo cinque secoli dopo, con la riforma monetaria di Carlo Magno.
Con questa riforma, attuata tra il 781 e il 794, la libbra divenne, non solo l’unita’ ponderale, ma anche una unità di conto del nuovo sistema monetario, il nome “lira” deriva infatti dalla accezione latina della parola libra, basato sul monometallismo e incentrato sul denaro d’argento.
Da ogni libbra d’argento puro le zecche dovevano coniare 240 denari, contenenti ognuno circa 1,36 gr. di argento fino, per cui l’insieme di 240 denari corrispondeva ad una lira come unita’ monetale di conto e a una libbra d’argento fino.
I Carolingi in questo modo riuscirono a creare in Occidente un’unica area di influenza monetaria autonoma, distinta dall’area monetaria bizantina e da quella musulmana.
In quello che in futuro sarebbe stato il territorio italiano, la lira venne utilizzata dalle Alpi fino a Roma, mentre nel sud prevalse la moneta araba o musulmana.
In seguito, nei vari Stati italiani, vennero coniate delle monete multipli del denaro per adempiere alla funzione di mezzo di scambio nelle transazioni all’ingrosso e in quelle internazionali.
Nel periodo che va’ dalle riforme carolinge alla fine del secolo X le zecche che operavano sul territorio italico: Pavia, Milano, Verona, Lucca a Treviso (che nel 850 circa venne incorporata in quella di Verona); avevano mantenuto una coniazione di monete omogenea.
Ma dall’inizio del secolo XI, nelle contrattazioni e negli scambi, le monete divennero sempre piu’ utilizzate, in particolare nei centri cittadini, incrementando notevolmente la domanda di moneta, mentre l’offerta di metalli preziosi, necessari per coniare le monete, era rimasta praticamente costante.
A causa di queste vicende si produsse un forte aumento nella quantita’ delle emissioni, mentre nello stesso tempo diminuì progressivamente il peso e la qualita’ della lega delle monete.
Quindi le quattro zecche italiane iniziarono a differenziarsi dando vita a quattro diverse lire, legate ognuna alla propria area di influenza monetaria e al proprio denaro.
Dai documenti dell’epoca risulta infatti che la lira, l’unita’ monetale di conto, intorno al 1150, fosse cosi declinata: la lira pavese equivaleva a circa 50 gr. di argento fino, la lira lucchese a circa 85 gr. e la lira veronese a poco meno di 25 grammi.
Inoltre le zecche, che spesso erano appaltate, operavano secondo un criterio di profitto aziendale, per cui maggiore era la quantita’ di monete coniate e superiore era il margine di profitto.
Questi sono solo alcuni tra i motivi della secolare svalutazione della lira che, pur non essendo del tutto corretta dal punto di vista della circolazione monetaria, e’ stata certamente un male minore rispetto a quello che avrebbe generato una pressione deflazionistica che, senza un efficiente e conveniente sistema creditizio, avrebbe tolto ossigeno al nascente processo di sviluppo economico.
Dopo il 1150 iniziarono una serie di riforme monetarie nel territorio italico, che culminarono alla meta’ del secolo XIII.
Nel 1252 a Genova venne coniato il Genovino, a Firenze nel 1253 il Fiorino, segui’ quindi Venezia che nel 1284 conio’ il Ducato d’oro detto poi Zecchino; ponendo termine in questo modo, dopo quasi 500 anni dalla riforma monetaria carolingia, al monometallismo basato sull’argento.
Con l’andare del tempo si addivenne ad una differenziazione tra la moneta piccola, il denaro travolto di frequente dalle forze inflazionistiche e la moneta grossa, i Fiorini, Genovini e Ducati d’oro che, riservati alle transazioni internazionali e all’alta finanza, godevano di una sostanziale stabilita’, sia per ragioni economiche che per motivi di prestigio.
Essendo notevolmente diversa la velocita’ di svalutazione dei due tipi di moneta, il loro rapporto di conversione slittava e quindi la moneta grossa non poteva essere un multiplo della moneta piccola, si trattava di fatto di due sistemi di circolazione monetaria diversi e distinti.
Il Fiorino d’oro, equivalente esattamente a 240 denari correnti, con il passare degli anni resto’ sostanzialmente ed intrinsecamente stabile, mentre il denaro continuo’ a slittare, cosi che dopo 25 anni dalla sua coniazione il Fiorino d’oro valeva 396 denari rispetto ai 240 iniziali.
Una svalutazione cosi forte porto’ le zecche a coniare i terlini, pezzi da tre denari, i quattrini, pezzi da quattro denari e cosi via i cinquini, i sesini e gli ottini.
Dalla meta’ del secolo XIII l’Italia risultava divisa in quattro aree monetarie: quella della lira imperiale di Milano, quella della lira astigiana (in seguito sabauda), quella della lira genovese e quella della lira fiorentina.
Nel 1472 la lira, fino ad allora entita’ monetale di conto, vide la luce come entita’ fisica e tangibile, infatti a Venezia il 27 maggio dello stesso anno, sotto il dogato di Nicolo’ Tron, venne coniato per la prima volta un pezzo d’argento puro a 948 millesimi, del peso di 6,5 grammi, in modo che valesse esattamente 240 denari.
Era nata la cosiddetta “Lira Tron” che venne incisa da Antonello di Pietro detto poi Antonello della Moneta, orafo e incisore presso la Zecca di Venezia dal 1454 al 1484.
La svalutazione delle varie lire italiane, ancora unita’ di conto, fra il 1252 e il 1472, era un fenomeno tipicamente italiano, mentre la lira tornese di Francia e la lira sterlina inglese mantenevano sostanzialmente il loro potere di acquisto.
Il deprezzamento non era un movimento continuo bensi’ una serie di fasi di stabilita’, della durata tra i dieci e i venticinque anni, alternate a periodi di slittamento del denaro rispetto alla lira.
Ma gia’ negli ultimi decenni del secolo XV si verifico’ un sostanziale consolidamento, in quanto grazie ai portoghesi e alla loro ricerca delle zone aurifere, aumento’ il flusso d’oro in Europa, mentre per quanto riguarda l’argento, l’attivazione di miniere nel Tirolo e nella regione sassone-boema, fece aumentare considerevolmente l’argento che arrivava in Italia in cambio di merci.
Nel XVI e XVII secolo, per mezzo dei giacimenti d’argento e d’oro dell’America spagnola e portoghese, aumento’ considerevolmente il flusso di metalli preziosi verso l’Europa.
Possiamo dividere gli anni che vanno dal 1500 al 1700 in tre periodi: dal 1500 al 1550 mezzo secolo caratterizzato delle guerre spagnole contrassegnate da carestie, devastazione e pestilenza; dal 1550 al 1620 settanta anni di ricostruzione e di espansione economica, e dal 1620 al 1700 un periodo di declino economico e di passaggio per l’Italia al rango di paese sottosviluppato.
Nel 1562 nel Ducato di Savoia, Emanuele Filiberto, tramite una generale riforma monetaria, tento’ invano di reintrodurre il sistema di conto di lire, soldi e denari; impresa questa che riusci’ invece a Vittorio Amedeo I, che nel 1631, riporto’ in tutto il Piemonte il sistema di lire, soldi e denari al posto di quello vigente, importato dalla Francia che prevedeva denari, quarti, grossi e fiorini.
Il settecento fu il secolo delle riforme anche in campo monetario, le riforme localmente delimitate ebbero caratteristiche diverse, ma ispiratrice di ognuna di esse era la teoria monetaria dei filosofi illuministi, che possiamo tentare di sintetizzare in alcuni punti salienti:
1) stabilizzare la parita’ metallica delle monete.
2) controllare la circolazione della moneta piccola o moneta erosa.
3) razionalizzare il sistema di multipli e sottomultipli della moneta unitaria di base.
4) mantenere l’esatto rapporto di intrinseco fra i multipli e i sottomultipli delle monete coniate e anche rispetto al cambio nominale e legale fra oro, argento e rame.
5) fare in modo che un determinato numero di lire, pagato nei diversi Stati, corrispondesse alla stessa quantita’ di metallo fino.
Purtroppo alla enunciazione di questi sanissimi principi di circolazione monetaria non segui’ la loro completa realizzazione, a causa dell’effetto combinato delle inadempienze, delle cosidette eccezioni e degli errori.
La seconda parte del secolo XVIII venne caratterizzata da una relativa stabilita’ monetale e alla vigilia della Rivoluzione Francese la lira era coniata secondo queste modalita’: la lira sabauda di 0.35 gr. d’oro, la lira genovese di 0.22 gr. d’oro, la lira milanese di 0.24 gr. d’oro, la lira veneziana di 0.16 gr. d’oro e la lira fiorentina pari a 0.26 gr. d’oro.
In Francia invece circolava la lira tornese, divisa in 20 soldi o in 240 denari, contenente 0,29 gr. d’oro fino, ma durante la Rivoluzione Francese, nel 1793 una legge stabili’ che i conti delle spese pubbliche invece di essere tenuti in lire, soldi e denari, dovevano essere tenuti in lire, decimi e centesimi.
In seguito con la legge del 17 Germinale anno XI (28 marzo 1803) Napoleone normo’ le riforme progettate sotto la Convenzione e il Direttorio ponendo alla base del sistema monetale francese il franco in argento da 100 centesimi, di 5 g. di peso e in lega al 900/1000, con un rapporto oro/argento di 1 a 15,5.
Tale riforma venne estesa al Regno italico con Decreto n. 21 del 21 marzo 1806, dove la nuova unita’ monetale aveva le stesse caratteristiche del franco francese ma era denominata lira italiana, anch’essa ripartita in 100 centesimi, unificandone per la prima volta il valore in tutto il Regno d’Italia.
In seguito l’effetto della Restaurazione si fece sentire secondo forme e modalità differenti: negli Stati Sabaudi si tento’ dapprima di tornare al sistema prerivoluzionario della lira divisa in 20 soldi e ognuno di questi ripartito in 12 denari, ma poiche’ era ormai invalso l’uso di contare i franchi in cento centesimi, si decise di adottare un sistema monetario basato sulla partizione napoleonica; quindi nel 1816, tramite Regie Patenti, Vittorio Emanuele I ordino’ che l’unita’ monetaria locale fosse la lira nuova di Piemonte suddivisa in centesimi di lira.
Mentre in Toscana, nel 1826 il Granduca autorizzo’ la zecca a emettere un moneta d’argento chiamata Fiorino suddivisa in 100 quattrini.
Nel Lombardo-Veneto le vicende in tema di circolazione monetaria furono piu’ complesse, dapprima alle monete del periodo napoleonico vennero affiancate monete austriache d’oro e d’argento, poi Francesco I attraverso Sovrana Patente introdusse un nuovo ordinamento monetario su base bimetallica con la lira austriaca, poi ancora dal 1858 fu varato un ulteriore sistema monetario che si basava sul fiorino valuta austriaca, che rimase in voga fino all’arrivo dei Piemontesi.
La situazione monetale in Italia nel 1859, poco prima dell’Unificazione era piuttosto confusa fra le diverse monete in circolazione: la lira nuova del Piemonte, la lira nuova di Parma, la lira toscana, lo scudo romano, il fiorino di nuova valuta austriaca e il ducato del Regno delle Due Sicilie; inoltre c’era una marcata differenziazione territoriale del numero di multipli e sottomultipli.
Il sistema bancario era poco influente dal punto di vista della massa monetale circolante, eppure anche esso cooperava ad aumentare la confusione emettendo cartamoneta.
Gli Istituti che emettevano banconote erano: la Banca Nazionale Sarda, la Banca degli Stati Parmensi, lo Stabilimento Mercantile di Venezia, la Banca Pontificia per le quattro Legazioni e la Banca degli Stati Pontifici divenuta poi Banca Romana.
Il 17 luglio del 1861 con Regio Decreto n.452, si dava corso legale nelle Province annesse al Regno, alla lira nuova di Piemonte, che da allora venne denominata lira italiana, e ai suoi multipli e sottomultipli in argento.
In seguito con decreto del 24 agosto 1862 n.788 si dispose che:
1) il sistema monetario italiano era basato sul bimetallismo con un rapporto legale AU/AR pari a 1:15,5
2) l’unita’ monetale era la lira d’argento da 4,5 gr di fino
3) multipli e sottomultipli erano in rapporto decimo-centesimale con la lira
Analizzando la situazione nei primi mesi del 1866 e’ del tutto evidente che lo stato delle finanze pubbliche era disastroso, il bilancio dello Stato aveva un disavanzo di circa il 50% della spesa, il ricorso ai finanziamenti esteri stava aumentando in maniera preoccupante e la bilancia dei pagamenti era in precario equilibrio.
Inoltre nell’aprile del 1866 si infittirono i segnali di una nuova guerra contro l’Austria e venne presentato alla Camera un disegno di legge per sopperire con mezzi straordinari alle spese per la difesa dello Stato; la rendita dei titoli di Stato calo’ e il paese fu preso dal panico, la gente faceva ressa presso gli sportelli bancari per cambiare le banconote e per ritirare i propri depositi.
Il 1 maggio del 1866 il Governo emano’ il decreto n. 2873 nel quale si assicurava alla Tesoreria di Stato un prestito di 250 milioni di lire, necessarie per le spese di guerra, da parte della Banca Nazionale, in cambio si dichiarava il corso forzoso dei suoi biglietti e il corso legale dei titoli fiduciari delle altre banche di emissione e dei banchi meridionali nelle province di loro competenza.
In seguito si sviluppo’ la polemica circa la necessita’ o meno di procedere al corso forzoso, sostenuta dalle diverse parti in causa, ma la misura per quanto drastica di procedere al corso forzoso era di fatto diventata una necessita’ ineludibile sia dal punto di vista finanziario/economico che politico.
Al momento della unificazione nel 1861 circolavano in Italia circa 1.100 milioni di lire in moneta metallica, circa 200 milioni in moneta cartacea e 150 milioni circa in moneta scritturale per un totale di 1.450 milioni di lire, mentre solo 10 anni dopo nel 1871 la valuta metallica era scesa a 534 milioni di lire, quella cartacea era salita a 1.298 milioni e la scritturale aveva raggiunto i 727 milioni per un totale di 2.559 milioni di lire.
In soli 10 anni quindi la percentuale della moneta metallica rispetto ai mezzi di pagamento era scesa dal 75% al 21%, nel contempo la moneta cartacea passo’ dal 14% al 51% e la moneta scritturale dal 10% al 28% . L’aumento della percentuale della moneta scrittuale e cartacea rispetto a quella metallica sul totale dei mezzi di pagamento sara’ un trend di lungo periodo, infatti nel 1971 la moneta metallica era meno dell’1% mentre la somma di moneta cartacea e scritturale era di oltre 99%.
Nella tabella allegata il totale dei mezzi di pagamento e’ espresso in milioni di lire, la moneta metallica comprende sia la moneta piena che quella erosa, la moneta cartacea comprende i biglietti di banca, i biglietti di stato, gli assegni e i vaglia bancari, mentre la moneta scritturale comprende i conti correnti, i depositi a risparmio e vincolati e i depositi e i conti correnti postali.
Tornando alla storia della lira, piu’ recentemente nel 1936, venne riallineata cioe’ ricondotta alla parita’ del 1927 con il dollaro, cioe’ a 19 lire per ogni dollaro.
In seguito la vita della lira continuò tranquillamente, senza gravi scossoni, sino alla Seconda Guerra Mondiale quando, sia per le esorbitanti spese del conflitto, ma soprattutto a causa dell’enorme importo di AM lire poste in circolazione dalla Alled Military Authority, la nostra moneta venne travolta da una inarrestabile inflazione che ne abbattè irrimediabilmente il valore.
Tra il 1948 e il 1961, periodo del cosiddetto miracolo economico anche l’andamento della lira ebbe una pausa di proficua tranquillita’, ma finito questo periodo riprese una forte inflazione che ebbe il suo culmine negli anni 1973 e 1974.
Per quanto riguarda le banconote, l’ultimo biglietto in lire emesso dalla Banca d’Italia e’ stato il 500.000 lire “Raffaello”, uno splendido multiplo d’arte che ha chiuso in bellezza una storia fantastica e irripetibile.
Come anticipato all’inizio, le piu’ recenti vicende legano la lira alla creazione dell’Euro la comune moneta europea che, dal 2002 ha unificato, dal punto di vista monetario, oltre 320 milioni di cittadini, realizzando in modo compiuto quella unita’ monetale sognata e voluta da Carlo Magno, con le sue lungimiranti riforme basate sulla lira, unita’ di conto monetale e sul suo denaro d’argento.