La moneta mondiale e Gasparo Scaruffi

Banconota

“ Quasi ad eguale distanza dei due torrenti, la Secchia e l’Enza, nella pianura che va dai contrafforti dell’Appennino al Po, ma più presso al monte che al gran fiume, sorge Reggio poco lungi dalle rive del Crostolo, che un tempo passava entro la cerchia delle sue mura.”                                                                      Così lo storico Andrea Balletti descrive la città di Reggio (Reggio Emilia), nel suo libro “Gasparo Scaruffi e la questione monetaria nel secolo XVI” pubblicato nel 1882, con il quale fece scoprire ed apprezzare l’economista e concittadino Scaruffi, divulgandone le idee, del tutto innovative ed originali, esposte nel libro “L’Alitinonfo” (dal greco Il vero lume).

Anche se poco conosciuta l’opera e’ fra le più pregevoli pubblicazioni italiane del Cinquecento e presenta nel frontespizio una ragguardevole incisione in rame eseguita dall’orefice Giulio Taccoli.
Del libro vennero stampate 512 copie, di cui 112 regalate all’editore, per un costo vivo, sostenuto dallo Scaruffi, di 825 lire.
Ma partiamo dall’inizio di questa singolare vicenda, la cui carica innovativa e’ così intensa da essere ancora attuale ai nostri giorni, dopo oltre cinquecento anni.
La famiglia Baldicelli o Baldocelli alias Scaruffi oltre al titolo comitale aveva ricevuto, da Alfonso I d’Este Duca di Ferrara, numerose attribuzioni e concessioni speciali, confermate poi da Ercole II d’Este, per le quali erano definiti mercanti nelle arti della “speciaria et mercanzia, al presente et draparia et in diverse altre mercantie”.
Gasparo Scaruffi nasce a Reggio (l’attuale Regio Emilia) nel Ducato di Ferrara, il 17 maggio del 1519, ultimo di sette figli del nobile Antonio di Gianfrancesco de’ Baldicelli, un facoltoso mercante di spezie, panni e mercerie.
Alla morte di Antonio, il figlio maggiore Gian Maria, che in alcuni documenti dell’epoca viene citato come campsor (cambiatore), diventa la capace ed energica guida della famiglia.
La situazione economica e’ florida e tutti i figli, grazie all’ eredità lasciata dal padre, avviano diverse e lucrose attività che vanno dalla lavorazione della seta all’esercizio di un banco di cambio.
I primi documenti che parlano di Gasparo Scaruffi risalgono al 1544, quando si trova a Piacenza per affari e per fare pratica di cambio presso il Banco di messer Agostino da Lodi.
Nel 1547 diventa “assaggiatore” presso la Zecca di Reggio con l’incarico di eseguire, per conto del Comune, saggi di controllo, sulle monete battute dai locali zecchieri.
Viene inviato nel 1550, dal Consiglio degli Anziani del Comune, come ambasciatore esperto di monete, presso il Ducato di Mantova, dove il valore delle monete reggiane (lo scudo d’oro e il biancone o testone d’argento) e’ stato arbitrariamente ridotto, tramite una Grida, del Cardinale Ercole Gonzaga, tutore del nipote Duca Francesco III Gonzaga, ed analogamente a Parma dove, senza dover ricorrere a far saggi sulle monete ma tramite la sua logica e le sue stringenti argomentazioni, convince Ottavio Farnese Duca di Parma, del reale valore delle monete reggiane.
Nel 1552 Gasparo prende l’appalto della antica Zecca di Reggio, diventando “ …conduttore della Cecha ( Zecca) di Reggio…” e pagando al Comune 90 scudi d’oro l’anno.
In seguito, nel 1560, viene nominato “Spenditore” (Tesoriere) del Comune di Reggio dal Consiglio dei Quaranta.
Dopo una carriera così brillante, nel 1566 si verifica una vicenda che fa scalpore, lo colpisce l’accusa infamante di bancarotta e la conseguente detenzione presso le prigioni di Ferrara.
Ma cosa e’ successo?
Il Banco di cambio da lui diretto da dovuto sospendere i pagamenti per 13.838 scudi d’oro.
In realtà non si tratta di bancarotta e di fallimento del Banco, bensì, come diremmo oggi, di una temporanea crisi di liquidità causata da una serie di investimenti a medio-lungo termine.
Dopo circa quattro mesi viene scarcerato in seguito ad un accordo intervenuto tra il Banco di Scaruffi ed i suoi creditori dinanzi alla Camera Ducale; quanto concordato prevede la dilazione del debito in tre anni, il compromesso e’ stato raggiunto grazie alle proprietà immobiliari di messer Gasparo (valutato in 17.000 scudi d’oro), alla fidejussione del cugino Nicolo’ Maria ed anche all’appoggio morale del conte Alfonso Tassoni, governatore di Reggio.
Rimborsati integralmente tutti i creditori la vicenda non ha seguito nel resto della sua vita e la credibilità e l’onorabilità di Gasparo Scaruffi rimangono intatte.
Nel 1568 Gasparo viene inviato dal Conte Tassoni a Parma, per presentare un suo progetto atto ad aumentare le entrate statali senza pesare ulteriormente sui cittadini attraverso nuove tasse, in seguito lo stesso programma viene presentato al Duca di Mantova e al Re di Spagna per attuarlo nel Ducato di Milano. Il piano, che sembra basarsi sull’ idea di annullare il valore nominale delle monete per equiparare il loro valore a quello dell’oro o d’argento contenuto, non ha seguito, anche per le esose richieste di Gasparo, che chiede per sé e per i suoi eredi, la quinta parte delle maggiori entrate, per venticinque anni.
Da quanto se ne conosce, l’incremento proposto appare alquanto fittizio, perché i sudditi sarebbero costretti a pagare con più monete gli stessi tributi, ma anche lo Stato subirebbe la medesima decurtazione del valore delle monete.
In realtà il progetto scaruffiano doveva essere ben più complesso e fantasioso di quanto sia finora trapelato, per garantire un reale incremento delle entrate per gli Stati. In ogni caso e’ interessante notare che l’idea di abolire il valore nominale delle monete per adeguarlo al valore di intrinseco contenuto, che sarà uno dei pilastri del sistema ideato dal reggiano, e’ già presente ventiquattro anni prima della pubblicazione del suo libro “L’Alitinonfo”.
Nel 1574 compie una serie di saggi e controlli sulle monete, spesso alterate o contraffatte, provenienti dai paesi vicini, due anni dopo si reca come ambasciatore presso il Duca di Ferrara per motivare le ragioni della Zecca di Reggio in merito alla battitura di alcune monete, nel 1582 viene eletto tra i controllori “sovrastanti ” della Zecca di Reggio.
Da queste sue molteplici esperienze Gasparo si rende conto della grande confusione che esiste in materia monetaria, il maggiore inconveniente causato dalla circolazione di cosi numerose monete e’ quello di frenare di fatto il commercio oltre ad obbligare i reggitori degli Stati a lunghi ed incessanti negoziati.
Ma come si presenta la città di Reggio nella seconda metà del XVI secolo?
La vita di Gasparo Scaruffi si snoda, interamente sotto i duchi Ercole II e di Alfonso II d’Este, la Signoria della famiglia d’Este viene instaurata a Ferrara fin nel 1264 con l’elezione a “ signore perpetuo della città “ di Obizzo II d’Este, il quale viene proclamato nel 1290 signore di Reggio.
Nella città i reggenti sono: il Governatore, Alfonso Tassoni Estense, rappresentante diretto del Principe con poteri politici e militari, il Podestà che amministra la giustizia nelle cause civili e criminali ed il Massaro che veglia sul pubblico demanio; insieme questi tre cariche esprimono l’autorità’ comunale, mentre l’autorità’ amministrativa e’ rappresentata dal Consiglio dei dodici Anziani con a capo il Priore, integrato da sedici “aggiunti” e da quaranta consiglieri.
Per quanto riguarda il settore produttivo e commerciale grande rilievo hanno le manifatture ed in particolare l’arte della seta per la ricchezza generata tramite l’esportazione. L’agricoltura e’ fiorente, anche se la produzione cerealicola non e’ sufficiente per il fabbisogno cittadino, mentre c’e’ esuberanza di altri prodotti come legna, vino ed ortaggi; fra le altre segnaliamo alcune attività di carattere molto specialistico come la coltura della canapa e l’allevamento di bestiame e del baco da seta.
La grave carestia – durata dal 1559 al 1560, frutto delle guerre degli anni 1557-1558 che vedono Reggio schierata, con lo Stato della Chiesa e la Francia, contro la Spagna – trova il governo impreparato a supplire alle necessità della popolazione cittadina che passa dai 14.000 abitanti del 1550 agli 11.686 del 1591.
Naturalmente anche il denaro scarseggia, per cui il Consiglio degli Anziani nel 1562 presenta il progetto del “Monte Novo delli 5 per centonaro”, per il prestito di denaro al 5 % di interesse.
Quindi percepire un interesse sul prestito di denaro non e’ più un peccato capitale per la Chiesa?
Ma cosa e’ successo?
Facciamo un passo indietro e vediamo cosa e’ accaduto dal punto di vista sociale.
Superato l’anno Mille, gravido di nefasti presagi di imminente fine del mondo, e visto che nulla e’ accaduto, le popolazione vengono prese dall’euforia per lo scampato pericolo, riprende, pur nell’ambito del precetto cristiano, il desiderio di viaggiare e di conoscere, iniziano le grandi imprese delle Crociate e fioriscono i pellegrinaggi alla volta di Roma e di altri santuari, come quello di Compostela, e verso la lontana Palestina.
La Chiesa unico ed assoluto riferimento, sia nella vita pubblica che in quella privata garantisce la sopravvivenza all’interno delle comunità cristiane, nelle quali regna una economia secondo necessità, solo tramite la grazia di Dio.
Dal contatto con nuovi mondi e altre realtà si sviluppano nuove economie e commerci, ma il denaro non circola e non può circolare perché l’esercizio della mercatura e l’attività’ di prestito ad interesse sono, per la Chiesa, peccati capitali a rischio di scomunica.
Durante i viaggi l’economia del baratto non può funzionare e la necessità di una circolazione monetaria inizia ad emergere prepotentemente.
Le gerarchie ecclesiastiche si rendono conto che e’ opportuno rivedere i rigidi divieti ed ammorbidire le posizioni intransigenti, per conservare potere ed l’influenza su i cattolici.
Non a caso a cavallo del 1200 prende piede il sacramento della Confessione e quindi viene creato il concetto di Purgatorio.
Gli italiani, forse perché hanno subito più degli altri le limitazioni di una Chiesa oppressiva e limitante, si gettano nel vortice delle imprese commerciali oltre oceano e della finanza internazionale.
I lombardi, cosi vengono genericamente chiamati in Europa i banchieri italiani, sono i primi a segnare la rinascita dei commerci prima e della finanza poi, inventando utili strumenti finanziari come il libro mastro, la partita doppia, la cambiale e i cartulari.
Anche la Chiesa ammirata da tanta operosità, cambia opinione e utilizza essa stessa i servigi dei banchieri, tanto che Bonifacio VIII, che nel giorno della sua incoronazione ebbe l’omaggio di tutti i signori della cristianità, constatando che tutti erano rappresentati da mercanti di Firenze, pronunciò la famosa frase per la quale i fiorentini (banchieri per antonomasia) sono il V elemento dell’Universo.
Quanta strada e’ stata percorsa dal dettato evangelico, Luca (6,34s) “ … se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto …”, infatti grazie all’elaborazione delle tre eccezioni rispetto al prestito gratuito: lucrum cessans, damnum emergens, periculum sortis, teorizzate da San Bernardino da Siena (1380-1444) e da Sant’Antonino di Firenze (1389-1459), e’ mutato l’orientamento cattolico su quanto sia peccato e quanto non lo sia.
La Chiesa quindi elabora e concede le tre eccezioni previste, nelle quali l’interesse sul capitale prestato diventa lecito, e quindi il Quinto Concilio Lateranense nel 9 maggio del 1512 decide e sancisce che i Montes Pietatis possono chiedere lecitamente un modico interesse.
Nel caso del Monte di Pietà l’eccezione prevista e’ quella del lucrum cessans, ovvero lucro cessante, si tratta di un danno patrimoniale che impedisce al danneggiato di percepire una o più utilità economiche che avrebbe aggiunto al suo patrimonio se il danno non si fosse verificato, tale eccezione viene a giustificare il prestito ad interesse perché nel caso in cui il denaro prestato tardasse a tornare al prestatore, questi viene ricompensato, con l’interesse sul prestito erogato, del fatto di non aver potuto trarre in altro modo il legittimo guadagno su i soldi prestati,.
Dal 1559 il Ducato di Ferrara, di cui Reggio fa parte, e’ retto dal Duca Alfonso II d’Este noto per la sua smodata voglia di emergere anche a costo di far arrivare la situazione economica prossima alla povertà. Nel Ducato regna una corruzione generalizzata e quando il Duca viene informato delle malversazioni dei suoi ministri risponde pragmaticamente “Purché non tocchino il mio, non gli vieto di accettare quel d’altri in dono”.
Inondazioni, morbi epidemici, siccità e terremoti, con la conseguente scarsità di produzioni agricole segneranno il suo regno, inoltre a Ferrara la riscossione delle tasse e’ appaltata al cinico Cristoforo Fabretti da Fiume, detto lo Sfregiato, il quale mentre si arricchisce a dismisura esaspera un popolo già duramente provato.
L’altra faccia della medaglia e’ costituito da una costosa vita di Corte, dalle feste, dagli incontri, dalle visite illustri e dalle campagne militari intentate dal Duca il quale, viste le ormai scarse risorse delle casse del ducato, si rivolge, pur senza grandi risultati, ai mercanti ed ai cittadini facoltosi; mentre una fonte alternativa di finanziamento sono per lui i cosiddetti donativi, elargiti da parte della comune cittadinanza, per dare lustro alla città.
Per alleviare le proprie difficoltà il popolo minuto ricorre sia al Monte di Pietà, fondato nel 1494, grazie alla raccolta di 4.200 ducati, in una casa della famiglia Bendedei sulla via Ripagrande, il Monte di Pietà di Reggio e’ uno dei primi Monti fondati (il più antico e’ il Monte di Ascoli Piceno del 1458), sia al sorgente il “Monte delle farine” detto anche di San Giovanni Battista.
Anche il Duca di Ferrara e’ consapevole del disordine monetario che vige nel suo Ducato e cerca di porvi riparo tramite una serie di Grida che comprendendo una aggiornata casistica delle monete coniate ad imitazione delle altre, stabilendo per banchieri, mercanti e cambiatori, gli inadempimenti e le relative pene, senza per questo ottenere significativi risultati.
Il fiscalismo estense e’ uno dei più severi, ma anche in Europa le altre case regnanti non sono da meno, c’e un rialzo ininterrotto dei prezzi dovuto prevalentemente ad una costante adulterazione delle monete. In cento anni, con un periodo di massimo rialzo compreso tra il 1550 e il 1570, il prezzo del grano, rapportato all’argento, quadruplica in tutta Europa; in modo analogo incrementa il costo del legname e del carbone utilizzato per il riscaldamento e del legname usato per le costruzioni.
La “rivoluzione dei prezzi” produce grandi cambiamenti nella posizione relativa delle varie classi sociali: guadagnano i debitori a lungo termine come i fittavoli agricoli e perdono i percettori di redditi fissi come gli addetti alla nascente burocrazia e la numerosa nobiltà terriera che rappresenta la struttura portante dei sistemi politici dell’epoca, inoltre altera la gerarchia tra i diversi settori produttivi (agricoltura, manifattura e commercio), variando quindi la rilevanza economica dei paesi impegnati nelle rispettive correnti commerciali.
La mercatura, che in Occidente era stata tenuta per secoli ai margini del potere e delle elites intellettuali, fa la sua comparsa sulla scena pubblica, i mercanti come “conoscitori di fatti” contribuiscono non poco all’elaborazione delle nascenti teorie economiche.
La decadenza del Papato e dell’ Impero, iniziata nel secolo XIV e’ ormai un fatto compiuto, le Signorie in Italia e le monarchie nazionali in Francia, Inghilterra e Spagna, sono le nuove e più efficienti istituzioni politiche. La Riforma protestante spezza l’unione della cristianità occidentale che viene poi ulteriormente frantumata dall’azione controriformista del Concilio tridentino. L’Italia si allontana dall’Europa del nord e dai grandi Stati nazionali frammentandosi in una pluralità di piccoli Stati (gli Antichi Stati).
Dallo Stato feudale-patrimoniale, instauratosi con i regni romano-barbarici succeduti all’Impero Romano, la cui finalità e’ la fortuna del principe padrone del territorio e della popolazione sulla quale regna, si passa allo Stato di polizia o regime politico, che ha per finalità il conseguimento del bene comune in funzione del quale viene giustificato il potere dell’autorità’ politica, tale passaggio e’ dovuto anche all’ascesa della borghesia finanziaria e della sua capacità di condizionamento del potere politico.
L’interesse comune e’ anche il fine che Scaruffi dichiara subito nel suo trattato “ … con ferma speranza di dover far cosa giovevole al mondo in generale, onorevole e utile a principi, e sopra il tutto gratissima a Dio”.
Scaruffi ha lasciato diversi scritti ed opere dalle quali emerge il suo ingegno economico e traspare la sua originale genialità, la più completa di queste e’ senz’altro l’Alitinonfo concluso nel 1579 e pubblicato a Reggio nel 1582 da Hercoliano Bartoli.
Il libro e’ dedicato al conte Alfonso Tassoni “ degnissimo giudice de’ Savi, et consigliere secreto del serenissimo signore il signor don Alfonso, quinto duca di Ferrara”, governatore di Reggio.
L’Alitinonfo, come esplicitato nel lungo sottotitolo, affronta il problema del disordine monetale, ponendosi l’obiettivo della erezione di un Zecca universale per il conio di una moneta comune a tutti gli Stati del mondo.
Analizzandolo il testo possiamo individuare, letti in filigrana, i concetti base sui quali Scaruffi fonda la sua opera:
* Il concetto di legge naturale: derivante dal naturalismo panteistico rinascimentale, applicato al, secondo lui immutabile, rapporto valoriale tra oro e argento.
* Il concetto di moneta: la funzione di scambio della moneta conseguente al valore nominale, svia l’attenzione dalla consapevolezza che il suo valore effettivo e’ quello intrinseco ovvero quello del metallo prezioso contenuto.
* Il concetto di principe: al di là dei formalismi di maniera Scaruffi non ha un gran concetto del principe, immerso nella sua dispendiosa vita di corte mentre il popolo minuto e’ colpito da carestie, pestilenze e calamità naturali. Egli si pone come consigliere economico, che al fine di vedere applicate le sue ardite teorie di strategia economica, mentre lo rassicura sul piano economico ne solletica opportunamente la vanagloria.
Su questi concetti di base Scaruffi edifica i valori di fondo che costituiscono l’intelaiatura sulla quale costruire proposte e teorie:
* La razionalità nell’agire: e’ propria del uomo d’affari che indifferente ai sentimentalismi o ad altre debolezze punta diritto al proprio fine, disposto ad accettare condizioni e vincoli pur di raggiungerlo.
* La certezza dei rapporti sociali: si basa principalmente sulla sicurezza del valore della moneta che elimina le perdite di tempo, permette la programmazione e rende i rapporti più rapidi e fluidi.
* La giustizia: una giustizia oggettiva e non di categoria, una giustizia commutativa che si applica in uno scambio nel quale il lavoro del commerciante, che e’ alla base del suo guadagno, venga barattato con una giustizia distributiva, di cui il Principe e’ il custode naturale e la moneta unica e’ lo strumento principale.
* L’ordine coordinato: se l’ordine naturale e’ quello nel quale ogni entità si colloca nella propria sede e svolge la sua funzione senza travalicarla, l’ordine coordinato presuppone, per la sua attuazione, l’intervento di una autorità pubblica. Tale intervento per le monete si estrinseca nel garantire la campionatura delle misure di peso e di forma e di renderle di pubblico dominio, nonché quello di esercitare un attento controllo sugli operatori del settore.
Scendendo ora nel dettaglio delle sue teorie, notiamo che Scaruffi affronta in primo luogo le problematiche e le funzioni della moneta: intermediaria negli scambi commerciali, comune misura di valore e mezzo di accumulazione di valore.
La sua attenzione si concentra sulla quantità e la qualità del materiale utilizzato per coniare monete, e la sua preoccupazione e’ che le monete debbano rimanere “ …sempre nel loro giusto essere e che non possano essere mai tose et guaste o fose ( fuse) per rifarne altre”.
Fatte poi alcune considerazioni generali sulle monete “piccole” e la loro regolamentazione e sul processo inflazionistico causato dalla diminuzione del valore della moneta per l’aumento dei prezzi, affronta il problema del rinnovamento del sistema monetario vigente e della regolamentazione delle Zecche: ipotizzando da un lato un sistema bimetallico basato sull’unita’ monetale mondiale della “lira imperiale”, divisibile in 20 soldi e in 240 denari e dall’altro mettendo ordine nelle spese relative alla monetazione.
Il primo obiettivo e’ quello di affrontare e risolvere i “quattro eccessivi disordini“ che non permettono di fare conteggi esatti negli scambi fra monete diverse:
* Le monete coniate che con il tempo vengono guastate o fuse per farne altre di valore minore.
* La diversità e varietà delle leghe usate nei diversi Stati.
* I pesi diversi ed i prezzi instabili.
* La diversità delle monete.
Ulteriori disordini sono dovuti sia alle diverse varietà di leghe o finezze utilizzate, sia al fatto che e’ ignoto il titolo della moneta, oltre al fatto che non siano conosciute da tutti le varie forme di adulterazione.
Nella seconda metà del ‘500 in Europa la maggior parte delle monete e’ d’oro o d’argento, e la prima scelta da fare e’ quella tra il monometallismo e il bimetallismo, fra i due sistemi Scaruffi sceglie il secondo.
I due metalli devono esser puri al cento per cento “ Ma quell’oro che si dice esser puro si chiama in Italia e in altre provincie di denari vintiquattro e similmente l’argento fino si chiama di dodici leghe”.
Bisogna ricordare che allora ogni città aveva la propria Zecca e la propria unità di peso (la libbra), ad esempio nello Stato estense la libbra di Reggio era diversa da quella di Modena, ed entrambe erano differenti dalla libbra di Ferrara.
Per i sovrani dei piccoli Stati come il Ducato di Ferrara, destinati a coniare solamente monete “piccole” battute dalle Zecche locali in regime di corso fiduciario, la coniazione risulta una fra le maggiori fonti di reddito, dal momento che il valore nominale e’ di gran lunga maggiore del valore intrinseco; mentre le monete “forti” che sono i pezzi d’oro e d’argento “stranieri”, circolano in regime di corso legale.
Queste ultime monete vengono adulterate dai componenti di un po’ da tutte le classi sociali, ma in particolar modo dai principi per mantenere l’esercito e la Corte, per pagare i debiti ed i servizi pubblici.
L’ adulterazione avviene per tosatura con conseguente diminuzione di peso pur conservando lo stesso “nome” e per alterazione della lega e quindi del titolo di intrinseco.
Scaruffi e’ per la trasparenza del valore della moneta, tanto che raccomanda a “principi et signori” di “…imprimere sopra tutte le monete che per l’avenire si faranno, le note del loro valore, della lega o finezza et del numero di quante ne vadino alla libbra…et che le note di valore habbiano sempre a significare le lire, i soldi et i denari sotto il titolo di imperiale”.
Comunque tutte le valutazioni convergono su quella che e’ la pietra fondante di tutto il pensiero scaruffiano e attorno alla quale ruota il suo sistema: l’unita’ monetaria mondiale realizzata attraverso la lira imperiale che e’ nello stesso tempo moneta corrente, moneta di conto e unità di valore.
Riprendendo ora il già citato rapporto fra l’oro e l’argento, Scaruffi individua quella che ritiene essere una proporzione immutabile 1:12, essendo questa una proporzione naturale suggerita da Platone.
Ma la determinazione del rapporto valoriale fra i due metalli preziosi viene da molto tempo prima, i Sumeri (civiltà vissuta nella Mesopotamia dal 4500 a.C. al 2000 a. C.) furono i primi a correlare le unità di conto con i metalli, nello specifico con l’oro e all’argento.
Il rapporto fra questi due metalli fu stabilito nel rapporto tra il ciclo del sole, al quale l’oro era sacro, e quello della luna, al quale era sacro l’argento; per cui tale relazione divenne 1:13.
E’ interessante notare che tale correlazione, pur essendo basata su credenze di natura astrologico – religiosa e non basi reali quali il rapporto domanda/offerta e secondo reperibilità e/o disponibilita’ dei due metalli, sia rimasto invariato per circa 6500 anni, attraversando inalterato, se non con piccole variazioni dovute alla scoperta di nuovi ed estesi giacimenti, le civiltà dei Greci e dei Romani ed epoche come il Medioevo ed il Rinascimento, per citarne solo alcune.
Solo nel 1971 con l’abrogazione unilaterale degli accordi di Bretton Woods da parte di Richard Nixon, Presidente degli Stati Uniti, che determinò l’inconvertibilità’ del dollaro e l’abolizione della parità aurea, il rapporto fra i due metalli nobili divenne variabile.
L’unita’ di peso prescelta dal monetarista reggiano, e qui emerge il suo carattere di “pratico”, e’ la libbra della Zecca di Bologna, non solo perché corrisponde al sistema duodecimale da lui individuato, ma anche perché la libbra d’oro e quella d’argento corrispondono quasi perfettamente ad un valore “tondo” di lire imperiali, quindi tale unità ponderale si presta bene sia per le monete da coniare in futuro come per quelle già in corso.
I metalli proposti dal reggiano per le leghe sono argento e rame per l’oro ed il rame per l’argento.
A conclusione del testo l’autore sintetizza il suo trattato in sette punti:
1) Una parte di pur oro a peso per dodici di coppella giuste e ferme.
2) L’apprezzar sempre l’oro lire 72 l’oncia e parimente l’oncia dell’argento lire 6 imperiali, cosi quello che nel tassar le monete già fatte vi si troverà essere come quello che sarà posto in Cecha per monetarlo.
3) Il levar i molti rotti che si facean nelle leghe o finezze, nel far i danari.
4) Che i variati et diversi pesi delle libre usate per detti preciosi metalli, tutti siano ridotti e mantenuti per sempre conformi et giusti al peso del campione della libra osservato nella Checa di Bologna, et che siano fare le monete nuove, come nel fare l’universal tassa di tutte le monete sin hora fatte.
5) Il non permettere che si cavino le fatture dal corpo delle monete.
6) Il porre o imprimere su le monete di qualunque sorte, cosi d;oro come d’argento, le note del loro valore sotto titolo d’imperiale, della lega o finezza et da tutti possano essere conosciute et facilmente intese.
7) L’osservar un sol ordine tanto nel tassar quanto nel far le monete e d’oro, e d’argento, dal qual ne succederà che i danari resteranno per sempre regolati.
Per coniare la moneta unica (la lira imperiale), che venga accettata “ nell’altre cittadi et province senza opposizione et impedimento alcuno… [ ] …come se il mondo fosse una sola città o monarchia”, occorre una Zecca “universale” che batta moneta per tutti.
Gasparo Scaruffi muore il 20 settembre 1584 all’eta’ di 65 anni, quando la sua terza moglie e’ incinta del suo terzo figlio, gli altri figli sono Jeroteo e Arsenio, che prenderà il nome di Gasparo come suo padre.
Volendo tentare un bilancio, seppure sommario e provvisorio, notiamo come non sia ne agevole ne immediato, capire quanto il pensiero di Gasparo Scaruffi abbia influito sugli economisti successivi, anche se diversi studiosi di economia come, Bernardino Pratisuoli, R. Bocchi, G.D. Peri ed S. Franchi, ne hanno ripercorso il cammino e dissertato sulle sue ipotesi e congetture; in ogni caso oltre alla indiscussa originalita’ del pensiero scaruffiano, dobbiamo riconoscere che le riflessioni dell’economista reggiano rappresentano un necessario ed indispensabile passaggio tra il rigido mercantilismo precedente ed una, seppur cauta apertura verso una nuova concezione che vede l’economia come una materia saldamente incardinata su un approccio di carattere scientifico.

 

BIBLIOGRAFIA

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