1796: Napoleone in Italia – Le cedole dell’assedio di Mantova

Napoleone

 

 

“Piccolo, di gambe corte, abbastanza muscoloso, sanguigno e ancora magro a trent’anni. Ha un corpo resistente e sempre pronto, una sensibilità e una resistenza di nervi meravigliose, reazioni di una prontezza fulminea, illimitata capacità di lavoro; il sonno gli viene a comando…”, così lo storico Georges Lefebvre, descrive Napoleone Bonaparte, il quale giocò un ruolo di primo piano nell’Assedio di Mantova del 1796-97, determinando, anche se indirettamente, l’emissione di cedole in sostituzione del denaro circolante.

Prima di addentrarci nella vicenda storica, che in ogni caso determina il corso degli eventi, nello specifico  quelli di natura numismatica che sono di nostro interesse, soffermiamoci su questo particolare tipo di circolante che sono le “cedole”.

Da secoli, il denaro e’ diventato uno strumento indispensabile per la convivenza sociale  di ogni comunità umana.

Anche la collettività che vive all’interno di una città assediata ha bisogno del denaro, per le sue funzioni insostituibili di: moneta minuta per i pagamenti di generi di prima necessità, oltre a misura comune di valore e strumento  di immagazzinamento della ricchezza.

Nel corso di un assedio l’esigenza più urgente, oltre il reperimento di generi alimentari,  era senzaltro quella di avere denaro sufficiente per il pagamento delle truppe  impiegate nella difesa dall’assedio.

La maggior parte del circolante, prima dell’accerchiamento, era stato impiegato per l’acquisto di derrate alimentari (al fine di prolungare la resistenza all’assedio),  il rimanente  veniva tesaurizzato come estrema riserva per un futuro a dir poco  incerto.

È quindi comprensibile come la maggior parte delle città assediate, avendo la necessità di disporre di circolante, emettesse “moneta ossidionale” (da obsidionem = assedio).

Alla carenza di divisionale minuto si sopperiva usando di tutto come moneta spicciola  bottoni, tondelli di metallo, monete di cartone ricavate dalle copertine di bibbie o di libretti da messa, carta e cartoncini di vario tipo.

A questi oggetti, ai quali veniva attribuiva temporaneamente una funzione e un valore monetale, spesso tramite l’apposizione di una o più timbrature e/o delle firme dell’autorità’ emittente, diventavano dei buoni (le cosiddette cedole) ovvero  denaro corrente.

Le poche righedi stampasemplice e rozza  e lo stile grafico scarno ma essenziale, li rendono documenti monetali di grande suggestione e fortemente evocativi.

Nello specifico, le cedole riportavano in tutto o in parte le seguenti indicazioni: il valore corrente, la data di emissione, il suggello del soggetto emittente, le firme di convalida e un esplicito riferimento ai beni sopra i quali veniva  garantita la “moneta ossidionale”.

Torniamo ora al contesto storico nel quale sono nate queste cedole e al personaggio chiave di questa vicenda: Napoleone Bonaparte, il condottiero nato ad Ajaccio (Corsica), il 15 agosto 1769.

La Francia rivoluzionaria, nel 1792, dichiarò guerra all’Austria e alla Prussia.

Il Direttorio individuò come sua strategia due linee offensive contemporanee: la prima nei territori bagnati dal Reno, sferrata dai generali Jourdan e Moreau, e la seconda sui territori italici comandata da Napoleone.

 

Solo due giorni dopo la nomina, Bonaparte si trovava a Nizza per arringare le sue truppe, allettandole con la promessa di un lauto bottino: “Soldati, siete nudi…ma io voglio condurvi nelle pianure piu’ fertili del mondo. Ricche province e grandi città saranno in vostro potere; troverete onore, gloria e ricchezza. Soldati d’Italia, vi manca forse il coraggio e la costanza?”

La strategia di  Napoleone era quella di contare piu’ sull’intelligenza che sulla forza: “…egli si vanta di aver ripudiato l’ideologia; non dimeno questi e’ rimasto un uomo del XVIII secolo, razionalista e philosophe. Lungi da fare affidamento sull’intuizione, fa assegnamento  sul sapere e sullo sforzo metodico… Nel corso della sua ascesa, ha fatto di volta in volta esperienza di tutte le passioni umane e ha imparato ad avvalersene: sa come sfruttare l’interesse, la vanità, la gelosia e persino la disonestà; ha visto ciò che può ottenere dagli uomini eccitando in loro il sentimento dell’onore ed esaltandone l’immaginazione; ne’ ignora il terrore che li rende servi.”, qui Lefevbre mette in evidenza la capacità di Napoleone di usare le reazioni psicologiche degli uomini, sfruttandole a suo vantaggio.

Nella campagna d’Italia, Bonaparte giocò la carta della sorpresa: invece di fare come Annibale che nel218 a.C. aspettò la primavera inoltrata  per valicare le Alpi, egli preferì anticipare gli eventi e entrò in Italia attraverso il valico formato dalle Alpi e dall’Appennino ligure, a fine marzo   del 1796.

Le sue truppe erano costituite da 37.600 soldati raccogliticci, impreparati e insofferenti alla disciplina, 24 piccoli cannoni da montagna e 400 cavalli.

Aveva con sé viveri per un solo mese (a mezza razione al giorno) e 300.000 franchi per pagare i militari: 7 franchi al mese per ogni soldato, sottoufficiale e ufficiale della sua Armata.

Il 2 aprile 1796, iniziò la campagna lampo contro il Piemonte, Napoleone dopo aver sbaragliato l’esercito austriaco a Cairo Montenotte, a Millesimo e a Dego, attaccò il Regno di Sardegna.

Vittorio Amedeo III Re di Sardegna, dopo la sconfitta di Mondovì, con  gli alleati austriaci lontani, si vide costretto a chiedere una tregua d’armi, pronto a trattare e a cedere alcuni territori.

L’armistizio di Cherasco, firmato  da Napoleone e da Vittorio Amedeo III il 28 aprile 1796, ratificò che il Re di Sardegna cedeva alla Francia i territori di: Coni, Tortona e Alessandria.

L’Armistizio venne quindi convalidato con il   Trattato di Pace di Parigi del 15 maggio 1796.

Napoleone, per l’occasione, scrisse un proclama per i suoi soldati, che venne pubblicato dai giornali francesi dell’epoca: “Soldati, in quindici giorni avete riportato sei vittorie…Tuttavia, soldati, non avete fatto niente, perché molto vi resta ancora da fare…tutti, tornando alle loro case, vorranno poter dire: ero nell’armata che ha conquistato l’Italia”, e  non era solo la gloria a cui faceva riferimento il Còrso.

Il Direttorio, oltre alla raccomandazione che l’armata vivesse a spese del paese conquistato (tramite l’imposizione di fortissimi contributi), aveva inviato direttive particolareggiate per il saccheggio: “Cittadino Generale, Il Direttorio e’ convinto che per voi la gloria delle belle arti e quella dell’armata ai vostri ordini siano inscindibiliIl Direttorio esecutivo vi esorta pertanto a cercare, riunire e far portare a Parigi tutti i piu’ preziosi oggetti di questo genere, e a dare ordini precisi per l’illuminata esecuzione di tali disposizioni.”.

Napoleone, seguendo le direttive ricevute, si impadronì in Piemonte di 400.000 lire trovate nel Tesoro pubblico e nelle zone ottenute con l’armistizio di Cherasco impose un contributo di 5 milioni di lire.

Dopo il Piemonte Bonaparte mirava alla conquista della Lombardia e delle Venezie per sconfiggere l’Impero d’Austria; ma per fare questo doveva espugnare la piazzaforte di Mantova (o meglio Mantua, come veniva chiamata allora) capitale del Ducato.

Lo scontro del ponte di Lodi del 10 maggio, non fu quella battaglia decisiva come venne descritta, nelle lettere e nei bollettini inviati al Direttorio, sia da Napoleone che dal còrso Cristoforo Antonio Saliceti (commissario civile dell’armata d’Italia).

Anche la propaganda francese sostenne questa  versione, facendo stampare  a Genova (su istruzioni di Guillaume-Charles Faipoult) un’incisione destinata ad avere un’ampia diffusione. L’incisione rappresentava Bonaparte in prima fila nella battaglia di Lodi, con la bandiera in pugno.

La  realtà era un’altra,  lo scontro era stato vinto di misura dai francesi e l’armata austriaca, lungi dall’essere distrutta, si stava ritirando in perfetto ordine.

Il 15 maggio del 1796, dopo soli cinque giorni dalla battaglia di Lodi, Napoleone entrò trionfalmentea Milano, da dove il giorno 19 emanò un decreto che fissava il contributo della Lombardia in 20 milioni di lire.

In attesa di intascarli, vennero svuotate le casse dei Monti di Pietà e quelle  ecclesiastiche, tutto venne confiscato: argento, oro e gioielli; inoltre  vennero requisiti viveri, cavalli e oggetti di prima necessità.

Dopo la Lombardia anche gli altri Stati italiani vennero costretti a comprare la propria neutralità: il Duca di Parma dovette pagare 2 milioni di lire, mentre il Duca di Modena  sborsò 10 milioni di lire, oltre ad una ventina di quadri.

Da una stima sommaria di fonte francese del dicembre 1796, il bottino legale era arrivato a 46 milioni di lire in denaro  e 12 milioni di lire in natura.

Ma il saccheggio non finì qui, perché anche i componenti dell’armata, a cominciare dai generali, si arricchirono.

Napoleone si appropriò di circa 3 milioni di lire, oltre ai regali e agli oggetti d’arte inviati alla sua famiglia.

A Napoleone mancava Mantova per completare la conquista francese del quadrilatero costituito dalle  fortezze di: Peschiera del GardaLegnago e Verona.

La città dei Gonzaga era l’unico possedimento austriaco rimasto in territorio italiano e, per espugnarla, Bonaparte la sottopose  a tre successivi assedi:

 

Primo assedio (3 giugno 1796 – 31 luglio 1796)

Per fronteggiare la situazione, nella città di Mantova, venne costituito un governo di tipo politico-amministrativo chiamato “Giunta Interinale di Governo”, diretta  dal conte Luigi Cocastelli, Commissario del R.I. austriaco, il quale provvide a costituire una notevole scorta di derrate alimentari.

Dopo un primo assalto, che venne respinto dagli austriaci il 31 maggio 1796, i francesi comandati dal generale Jean-Mathieu Philibert Sérurier, cinsero Mantova in assedio il 3 giugno 1796.

Lo stesso giorno venne conquistato il Castello di San Giorgio, una fortezza  vicina alla cinta muraria di Mantova, il che poteva far presagire un rapido epilogo dell’assedio.

Ma cio’ non avvenne in quanto  Napoleone era impegnato contemporaneamente su altri due fronti: quello dello Stato Pontificio di papa Pio VI, e quello del Granducato di Toscanadi FerdinandoIII d’Asburgo-Lorena.

Il giorno 4 giugno  Luigi Cocastelli, fuggì da Mantova, da allora in poi  le “grida” e gli “avvisi” vennero firmati da Cauzzi, nella sua qualita’ di vice presidente della “Giunta Interinale di Governo”.

Il generale Sérurier intanto schierava l’artiglieria: i suoi 49 cannoni insieme ai  130 che erano stati prelevati dal  Forte Urbano dello Stato Pontificio, assommavano a un totale di 179 bocche da fuoco che erano puntate contro la città assediata.

Tutto era pronto ma, il 29 luglio Bonaparte ordinò a Sérurier una ritirata verso nord, in vista di un imminente contrattacco austriaco.

Dopo aver reso inservibili  i suoi   cannoni, il Generale  si ritirò verso Marcaria sull’Oglio, togliendo l’assedio a Mantova il 31 luglio 1976.

La  conoscenza di quanto avvenga in campo avvero e’ uno degli elementi fondamentali per elaborare le proprie tattiche di guerra.

Il generale austriaco Dagobert Sigmund Würmser, succeduto al generale Jean-Pierre Beaulieu, aveva radunato a Trento circa 50.000 uomini, per liberare Mantova dall’assedio.

Il 29 giugno le avanguardie dell’esercito austriaco obbligarono il generale André Masséna a ritirarsi oltre il Mincio e ad abbandonare Verona.

L’offensiva austriaca prosegui con il generale austriaco Vitus Peter Quosdanovich che conquistò Salò, venendo tuttavia fermato dal generale francese Pierre Francois Charles Augereau a Brescia il 1º agosto.

La situazione dell’armata francese non era mai stata così grave.

Bonaparte taceva, avendo abbandonato i suoi sottoposti a se stessi per raggiungere a Brescia, l’amatissima e infedele Giuseppina di Beauharnaism (una creola di sei anni piu’ grande di lui), di cui il Còrso si era irrimediabilmente invaghito, tanto da sposarla il 3 marzo 1796.

L’avanzata austriaca verso Mantova  riprese  con i generali Würmser e Quosdanovich che procedettero separatamente e con determinazione,  fin quasi a riunirsi a sud del lago di Garda.

Würmser indugiò alcuni giorni presso Valeggio sul Mincio, in attesa di notizie certe sull’effettiva levata dell’assedio di Mantova.

Questo lasso di tempo permise a Napoleone di  predisporre adeguatamente le proprie forze e di sconfiggere separatamente i due generali austriaci: Quosdanovich venne battuto dal generale Masséna nella battaglia di Lonato e Würmser fu sbaragliato da Augereau il 5 agosto a Castiglione delle Stiviere.

 

Secondo assedio (7 agosto 1796 – 12 settembre 1796)

Il 7 agosto il grosso delle truppe francesi assediarono di nuovo Mantova, mentre Würmser, dopo aver trovato un ricovero per i feriti e i malati, si ritirava verso nord.

Il 1 settembre, mentre il grosso della truppa era ancora a Trento, Würmser sferrò una ulteriore offensiva, ma grazie ai rinforzi giunti dalla Francia (la rivolta controrivoluzionaria della Vandea era stata soffocata nel sangue), Bonaparte  poteva disporre ora di 32.000 uomini.

Masséna e Augereau sconfissero il generale  austriaco Davidovich a Rovereto, quindi attaccarono, a Primolano e successivamente a Bassano, le retrovie di Würmser.

Quest’ultimo si rifugiò in Mantova  il 12 settembre,   quindi tentò di uscirne con la battaglia di San Giorgio del 15 settembre, nella quale venne sconfitto e costretto ad asserragliarsi di nuovo nella città assediata.

L’arrivo di Würmser  e dei suoi soldati, pur portando a 23.000 il numero dei difensori della città, si rivelò più dannoso che utile.

Le risorse di viveri diminuirono più rapidamente, per cui  in breve tempo, gli assediati per sfamarsi dovette ricorre alla carne dei cavalli da battaglia.

 

Terzo assedio e caduta della città (15 settembre 1796 – 2 febbraio 1797)

Il 15 settembre Mantova era stretta e isolata dal blocco, a fine mese Würmser versò ai suoi soldati 330.803 fiorini austriaci, in cassa ne rimasero solamente 18.000.

Il mese successivo la spesa per l’armata austriaca sarebbe ammontata a 330.000 fiorini, quindi il 2 ottobre Würmser, in accordo conla Giuntainterinale del Governo, promosse l’emissione straordinaria di buoni d’emergenza ovvero di cedole.

Il 6 ottobre tale decisione venne convalidata da un editto del Commissario Imperiale   Luigi Cocastelli.

Per dare concreta esecuzione all’editto, venne creata una Commissione di Zecca, alla cui direzione  venne preposto Baldassarre Scorza assessore e direttore della Contabilità.

Della commissione fecero parte: l’assessore dellefinanze AntonioGobio, l’avvocato fiscale  Trenti, il Capo ragioniere Castiglioni, l’assessore Tonni, i ragionieriGiuseppeParoli, Giovan Battista Noe’, Gaetano Asti e il Commissario Imperiale Luigi Cocastelli.

Reperire del denaro a Mantova era quanto mai difficile, per cuila Commissioneincaricata di questo non trovò modo migliore che mettere mano ai fondi della così detta “manomorta”.

Venne “ordinato” ai molti corpi religiosi esistenti in città e alla fiorente Università degli Studi degli ebrei un “prestito” (in realtà si trattava di una requisizione) degli argenti, che non fossero strettamente indispensabili per le necessità del culto.

Allo Scorza, che era cremonese di nascita  ma mantovano per adozione, venne affidata la realizzazione di una nuova Zecca per la coniazione di monete, nonché la stampa delle cedole.

La nuova Zeccavenne allestita nell’allora Teatrino Scientifico (l’attuale Teatro Bibiena) e la raccolta dell’argento fu cospicua:19.219 oncedalle istituzioni di cui sopra, più1.273 oncevennero acquisite da privati e altre103 onceche furono estratte dalle paste esistenti in Tesoreria, per un totale di20.595 onced’argento.

Con l’argento requisito vennero coniati 14.021 Talleridi Maria Teresad’Austria, con millesimo 1765, erano indistinguibili da quelli coniati nella zecca di Witzburg (in Belgio) perché venne usato lo stesso conio e il titolo in argento corrispondente alla legge austriaca, per cui erano spendibili anche una volta terminato l’assedio.

Vennero coniate inoltre 84.476 monete ossidionali da 20 soldi (corrispondenti a 1 lira mantovana),  che riportano al dritto lo stemma dei Gonzaga inquartato alle quattro aquile, caricato al centro dallo scudetto asburgico e sormontato dalla grande corona ducale; al verso due urne simboleggianti i vasi nei quali si conserva il preziosissimo sangue di Cristo, custoditi presso la collegiata diS. Andrea diMantova.

Dell’argento requisito rimasero3.707 onced’argento (in parte da raffinare) e13,5 onced’oro proveniente dalla doratura degli argenti.

La quantità delle monete coniate non erano sufficienti a garantire una circolazione monetale fluida per cui, come previsto dall’ editto imperiale del 6 ottobre, si iniziò a stampare cartamoneta d’emergenza o ossidionale: le cosiddette “cedole”.

Una volta poste in circolazioni le cedole, in special modo quelle dei tagli piu’ alti, non trovarono una buona accoglienza da parte dei mantovani, il concetto di ricchezza corrente era rappresentato dal valore intrinseco delle monete d’oro e d’argento.

Le cedole di piu’ alto valore spesso vennero accettate con un aggio negativo che arrivò fino al 20%, nonostante godessero della garanzia su tutti i beni e i diritti della Regia Camera di Mantova, del fondo del Regio Carico ordinario  sull’imposta pubblica del Censo e su i beni della Corona Imperiale.

Per ovviare a questo inconveniente, il 16 gennaio 1797 la Giunta interinale di Governo decise  l’”abbruciamento” delle cedole da 45 e 135 lire (per circa 600.000 lire mantovane), sostituendole contemporaneamente con cedole di valore minore, per agevolare la circolazione monetaria.

Riprendiamo ora  le vicende storiche, la città era assediata da circa 9.000 soldati francesi e difesa da 23.000 uomini, dei quali però 10.000 erano malati o non idonei ai combattimenti.

La situazione stava rapidamente precipitando,  nei primi giorni del1797 aMantova morirono circa 150 uomini al giorno, per cause legate alle malattie e alla denutrizione.

Al nuovo Comandante in capo austriaco, generale Joseph Berberek Alvinczy, vennero assegnati 46.000 uomini, per tentare la liberazione di Mantova; ma Napoleone anche questa volta, evitò con successo il congiungimento delle due ali, nelle quali si era diviso l’esercito austriaco.

Dopo 15 giorni di rovesci e di difficoltà contro la numerosa armata austriaca, le truppe francesi combattevano di malavoglia, rischiando da un momento all’altro di cadere nel panico.

Napoleone che avvertiva l’umore e lo stato di avvilimento della sua truppa, nella battaglia del ponte di Arcole, si lanciò con la bandiera in pugno davanti ai suoi uomini (questa volta per davvero), per incitarli al combattimento e alla vittoria; il suo gesto ebbe una notevole presa e effetto su i combattenti e Arcole venne conquistata.

Tra i francesi e gli austriaci,  nel corso del mese di novembre, si aprì una trattativa per trovare un accordo, sulla ripartizione fra Austria e Francia dei territori contesi e sulle competenze e influenze da esercitare, ma  tale trattativa non andò a buon fine.

Alvinczy, dopo la sconfitta del ponte di Arcole, era riuscito a raggruppare di nuovo  34.000 uomini, con cui tentare di sconfiggere i francesi che assediavano Mantova.

 Dopo diversi scaramucce e attacchi di limitata portata fra le due fazioni,  i due eserciti si scontrarono a Rivoli Veronese, dove ancora una volta Napoleone ebbe ragione dell’esercito austriaco.

Il 15 gennaio Il generale austriaco Provera e la su truppa arrivarono in vista di Mantova, dove trovarono i soldati francesi che l’assediavano agli ordini di Sérurier, ma quando  alle loro spalle si materializzò  Napoleone con le sue truppe, per il generale  divenne inevitabile dichiarare la resa.

Würmser senza piu’ poter sperare nell’arrivo di rinforzi dall’Austria, il 2 febbraio 1797 siglò la resa di Mantova con il generale Sérurier, che gli concesse di poter abbandonare la città con una scorta e con l’onore delle armi.

I francesi trovarono la città ridotta al piu’ cupo squallore dalle sofferenze indicibili dell’assedio….La difesa della fortezza aveva costato piu’ di sei milioni di lire di Milano   prelevati a furia di requisizioni e di prestiti, contro il semplice rilascio di vaglia o di cedole, pagabili ad assedio finito. Sconfitta l’Austria, garante dell’emissione, chi avrebbe risarcito i creditori; come si sarebbe colmato il vuoto delle casse pubbliche?” cosi, lo storico Alessandro Luzio descrive Mantova ed esplicita i suoi dubbi circa la restituzione del contante verso i sottoscrittori di vaglia e cedole, emessi dagli austriaci,  una volta entrati in città i  francesi.

Dal 3 febbraio 1797, dopo la caduta di Mantova, agiva nella città una commissione amministrativa francese, la quale già operante da tempo in Bozzolo, era costituita da tre membri, Le Marois Duboscq, Gouin, Feyt, e da un segretario, Rouher.

La commissione aveva il “compito di predisporre le requisizioni in denaro e generi indispensabili alle truppe per la prosecuzione della guerra”.

La nuova amministrazione mantovana detta “Congregazione Municipale”, dopo l’entrata dei francesi in città, decise in accordo con  Sèrurier, tramite l’avviso del 9 febbraio 1797 (21 Piovoso anno VI), di mettere fuori corso le cedole.

Il rimborso sarebbe avvenuto grazie all’erezione di un Monte di prestito, con conseguente  emissione di  titoli fruttiferi da 3.600, 1.800, 900, 600 e 300 lire, con un interesse  del 4% annuo.

Nello stesso Avviso venne previsto il ritiro delle cedole (circa 500.000 lire mantovane) per le quali veniva fissata ” ….l’immediata redenzione in effettivo contante di quelle di Soldi 10, e Soldi 20 (1 lira mantovana)…che saranno cambiate alla cassa del Pubblico”.

Il saccheggio dei francesi sul territorio italiano, non risparmiò ne’ Roma, ne’ Venezia:l’armistizio seguito all’occupazione delle Legazioni pontificie, avvenuta fra il 18 e il 23 giugno 1797,  costò allo Stato Pontificio 21 milioni di lire, 100 opere d’arte e 500 preziosi manoscritti; mentre la conquista della Repubblica di Venezia rese ai francesi 3 milioni di lire, 5 navi, 20 quadri e 500 manoscritti.

La Campagna d’Italia  si concluse il 18 ott0bre 1797 con il Trattato di Campoformio, dal nome del villaggio a metà strada tra le residenze della  delegazione francese, capitanata da Napoleone, e quella austriaca, guidata da  Johann Philipp von Cobenzl, ma il Trattato in realtà venne firmato a Passarino, residenza di Bonaparte.

L’Austria ottenne dal trattato, oltre a l’Istria e alla Dalmazia (già cedute nel Trattato di Pace condizionale di Leoben del 18 aprile 1797),  Venezia e i territori di terraferma fino all’Adige e Salisburgo.

La Francia conservò le isole Ionie e ottenne i Paesi Bassi austriaci, i territori veneti in Albania e l’occupazione della riva sinistra del Reno.

La Repubblica Cisalpinaottenne, oltre al riconoscimento formale da parte dall’Austria, anche le tre ex-Legazioni pontificie di Bologna,   Ferrara e la Romagna, oltre ai territori di Bergamo, Brescia e Crema.

Da quanto fino ad  ora esposto, si puo’  comprendere come l’avventura italiana sia stata il crogiolo nel quale, l’eroe di Lodi e di Arcole, ovvero Napoleone Bonaparte, si forgiò; mentre il Direttorio ha compiuto, o ha lasciato che si compisse, il passo decisivo verso una guerra illimitata.

Il 28 dicembre 1797 Napoleone, forte degli allori mietuti in Italia, venne nominato al posto di Lazare Carnot (povero e laborioso capitano del Genio ed ex membro del Direttorio),  alla direzione dell’Istituto di Francia, una prestigiosa istituzione, che raggruppa le cinque più autorevoli Accademie culturali di Francia.

Probabilmente gli intellettuali ispiratori della Rivoluzione francese, intuirono che, quel figlio del patriziato còrso, sarebbe stato in grado di concretizzare una perfetta, anche se fuggevole, amalgama di tutte le loro nostalgie e di ogni speranza: una Rivoluzione purificata e pacificata, tale da poter mettere in pratica i suoi principi fondatori, e un’Europa egemonizzata  culturalmente dal pensiero  illuministico francese.

 

 Le cedole di Mantova 

In data 6 ottobre 1796la Commissionedella Zecca deliberò l’emissione di cedole di diverso taglio: da 10 soldi fino a 135 lire, per un totale di 1.500.000 lire mantovane (equivalenti a 500.000 lire milanesi).

Il formato delle cedole è di80 mm. x72 mm. ed è unico per tutti i valori, la filigrana è assente, la carta usata è una vergatina, un tipodi cartafatta a macchina molto resistente, attraversata in trasparenza da righe contigue intercettate perpendicolarmente da righe più marcate distanziate di 2/3 centimetri.

Le prime cedole vennero compilate a mano, stampate con un taglio  variabile (fra quelli previsti) a seconda della necessità, all’inizio il valore scritto nel testo riportato sulla cedola e le firme vennero manoscritte.

Dal 22 ottobre 1796, costatato come fosse facile contraffarne  il valore,la Commissionedecise che, al fine di evitare ulteriori falsificazioni, le cedole emesse da quel giorno in poi avrebbero riportarono, un valore prefissato (di quelli previsti) nel testo e una firma, entrambia stampa; mentre le altre firme, sarebbero state manoscritte e apposte solo al momento dell’immissione  in circolazione (entrambi tipi di cedole menzionate riportano la stessa data, che e’ quella dell’Editto del Commissario Imperiale Cocastelli, ovvero il 6 ottobre 1796).

Le cedole recano nella parte alta e posto sopra una parentesi graffa stampata in orizzontale, il valore sempre manoscritto della cedola stessa e inoltre due timbri a inchiostro rosso con l’aquila bicipite coronata, caricata sul petto dello stemma austriaco, uno in alto a destra e l’altro in alto a sinistra a cavallo della matrice.

Il testo della cedole è composto da sei righe ed e’ il medesimo per ogni cedola, a parte il taglio della cedola stessa:

Cedola di (valore in lettere manoscritto o stampato) /Moneta di Mantova spendibile/come effettivo danaro in ogni/Cassa, e da ogni persona a nor/ma dell’Editto di questo giorno/6. ottobre 17novanta sei.

Seguono le firme (tutte e tre manoscritte o in alternativa una stampata e due manoscritte)

Ad eccezione di quella di Cocastelli, le firme di tutti i componenti della Commissione di Zecca, manoscritte o stampate, risultano apposta in alternativa sulle cedole emesse.

In realtà di cedole ne vennero emesse 887.860, per complessive lire mantovane 7.536.480 (delle previste 1.500.000) in nove valori: 6.000 lire in cedole da 10 soldi, 9.000 lire in cedole da una lira, 163.600 lire in cedole da tre lire, 388.200 lire in cedole da sei lire, 146.580 lire in cedole da nove lire, 89.820 lire in cedole da dodici lire, 62.840 lire in cedole da diciotto lire, 19.660 lire in cedole da quarantacinque lire, 2.160 lire in cedole  da centotrentacinque lire.

Di queste tra le 10.000 e le 12.000 cedole, vennero in seguito “abbrugiate perché lacere, alterate o lorde”, per un valore di circa 520.000 lire.

La recente e fortunosa acquisizione, da parte di uno studioso e collezionista di cartamoneta fra i piu’ accreditati, il Cav. Uff. LucianoBacherassi, di un esemplare (attualmente l’unico conosciuto) della cedola mantovana da 135 lire, di cui si avevano solamente notizie bibliografiche, e’ stata una buona opportunità per rivisitare l’affascinante mondo delle  cedole di emergenza, cosi spoglie ed essenziali, ma proprio per questo motivo cosi affascinanti ed evocative.

 

BIBLIOGRAFIA  

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